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Progetto Sorriso

Unità Operativa Complessa di Oncologia

Azienda Ospedaliera dei Colli

Direttore dr. Vincenzo Montesarchio

Descrizione del Progetto

Il Progetto S.O.R.R.I.S.O. propone la progettazione e la sperimentazione di percorsi assistenziali integrati per una presa in carico globale della persona con patologia oncologica, per offrire al paziente e alla sua famiglia un’informazione chiara e dettagliata dell’iter diagnostico terapeutico e un adeguato sostegno psicologico, ponendoli al centro della cura e promuovendone una maggiore responsabilità alla propria salute fisica e psichica, in piena coerenza con le finalità e le caratteristiche dell’azienda ospedaliera.

Finalità e obiettivi

Il progetto S.O.R.R.I.S.O. si rivolge ai pazienti e ai loro familiari per offrire informazioni, sostegno psicologico individuale e familiare, sperimentare percorsi di cura alternativi (arti-terapie, shatzu-terapia) per un sostegno globale alla persona.

In accordo con i principi internazionali della psiconcologia il progetto S.O.R.R.I.S.O. applica il modello di intervento del simultaneous care per una presa in carico globale del paziente oncologico e dei familiari nell’integrare diverse attività di assistenza e cura, dando risposta sia ai problemi di carattere informativo e comunicativo che a quelli di tipo psicologico ed emozionale associati al vissuto di malattia.

In particolare il progetto si propone di:

  • garantire il servizio di informazione e orientamento di accesso ai servizi socio-sanitari alle persone con problemi oncologici e ai loro familiari attraverso spazi loro dedicati

  • gestire la persona assistita nelle fasi dell’accoglienza, della educazione terapeutica, della dimissione e della continuità assistenziale

  • supportare l’equipe sanitaria nella gestione del paziente attraverso spazi formativi di condivisione e aggiornamento.

Modello di intervento: Simoultaneus Care

Da alcuni anni si parla di “simultaneous care” per indicare un approccio che parta sin dalle prime fasi del percorso di cura, per facilitare i momenti più delicati nella storia di malattia, quelli cioè di passaggio dai trattamenti specifici alle cure palliative. Non si tratta solo di una buona collaborazione fra servizi né di un estemporaneo approccio dettato dalla disponibilità del curante: le principali istituzioni oncologiche internazionali ne sottolineano la necessità, raccomandando una formazione specifica all’interno delle unità operative e l’importanza di elaborare percorsi strutturati in tal senso.

Chi lavora nell’ambito della cura in oncologia deve tenere presente lo spirito con cui il paziente fa ricorso abitualmente a diverse persone nella ricerca di sostegno, e deve comprendere che egli rivela a ciascuno spesso lati differenti di sé, traducendo la complessità delle sue emozioni, dei suoi pensieri, dei suoi giudizi sulla situazione. Il lavoro di equipe consente la migliore gestione del caso, del percorso terapeutico e diagnostico, attraverso la possibilità di mettere a confronto i diversi aspetti di sé, inerenti la malattia, di cui il paziente è portatore.

Ciascun curante si confronta con le esigenze talvolta contraddittorie dei suoi compiti, si interroga sulla pertinenza delle sue capacità; a volte si può constatare un’oscillazione tra il desiderio di avvicinamento, la volontà di coinvolgersi nella relazione terapeutica e, in altri momenti e per altri pazienti, la tendenza ad evitare un tale gioco relazionale rifugiandosi nel “tecnicismo”.

I rischi di malinteso, di cattiva comunicazione, di conflitto tra i curanti, sono quindi reali e possono condurre ad un irrigidimento degli atteggiamenti, ad una presa di distanza eccessiva e ai sintomi istituzionalmente classificati come sindrome di burn out, caratterizzati da negligenza nella comunicazione, dal non tenere nel dovuto conto la sintomatologia dolorosa portata dal paziente, da fuga e indifferenza di

fronte alle manifestazioni di esaurimento emotivo del paziente stesso e della sua famiglia. Nessuna équipe è esente da queste manifestazioni, che giustificano programmi ripetuti di sensibilizzazione dei curanti agli aspetti relazionali della cura, occasioni di valutazione della pratica professionale e di rimessa in gioco dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

Il modello di intervento proposto, definito come “simultaneous care”mira alla “presa in carico globale“ della persona malata e della sua famiglia, e alla creazione di un’adeguata rete civica, sociale, culturale e professionale volta a far fronte alla necessità di assistenza e di orientamento in ambiente ospedaliero e territoriale, con conseguente miglioramento della qualità di vita.

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